Pubblicato il: 1-4-2025
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Nell’ambito del Partenariato esteso Grins, il gruppo di ricerca della Venice School of Management dell’Università Ca’ Foscari Venezia ha analizzato le strategie climatiche adottate dalle imprese venete. Il team, composto da Marco Fasan, Francesco Scarpa e Cristina Gianfelici, è stato coordinato da Chiara Mio e da Monica Billio del Dipartimento di Economia.
Lo studio è stato condotto nell’ambito del Work Package 4 dello Spoke 1 e mira a supportare la creazione di valore a lungo termine nei territori e nei sistemi industriali, attraverso la ricerca sulla sostenibilità aziendale.
Attraverso un questionario somministrato a un campione statistico di 2.032 imprese venete, la ricerca ha valutato il grado di consapevolezza dei rischi climatici e le strategie adottate per affrontarli. Il campione include aziende del settore manifatturiero (29%) ed edile (18%), distribuite nelle province di Treviso (22%), Vicenza (21%), Venezia (19%), Padova (16%), con una presenza minore nelle province di Belluno (4%) e Rovigo (2%).
La maggior parte delle imprese coinvolte sono PMI con 10-49 addetti (77%) e 50-249 addetti (21%), mentre solo il 2% appartiene alla categoria delle grandi imprese con almeno 250 dipendenti.
“I risultati evidenziano che il 50% delle imprese ha una percezione medio-alta dei rischi climatici, ma molte di esse faticano a individuare risposte adeguate”, spiegano i ricercatori del gruppo di lavoro.
I risultati della ricerca sono stati raccolti in un report disponibile sul sito della Fondazione Grins e presentati in un webinar pubblico il 19 marzo 2025.
Per quanto riguarda la percezione dell’esposizione ai rischi climatici, il 49,6% delle imprese ritiene di avere un’esposizione bassa agli impatti climatici sulle proprie attività, mentre il 50,4% ha una percezione medio-alta.
In particolare, il rischio più avvertito è quello di transizione, ovvero il rischio legato al passaggio verso un’economia a basse emissioni di carbonio e più resiliente ai cambiamenti climatici. Questo include rischi politici, giuridici, tecnologici, di mercato e reputazionali.
Seguono i rischi fisici acuti, derivanti da eventi meteorologici estremi come tempeste, inondazioni, incendi o ondate di calore. Più distanziati, infine, sono i rischi fisici cronici, connessi ai cambiamenti climatici di lungo termine, come l’innalzamento del livello del mare, la riduzione della disponibilità di acqua, la perdita di biodiversità e le variazioni nella produttività dei suoli.
Nel periodo 2021-2023, il 27% delle imprese ha investito per ridurre l’esposizione ai rischi di transizione, il 19% ha destinato risorse nella riduzione del rischio fisico acuto, mentre solo il 10% ha investito nella riduzione del rischio fisico cronico.
Le intenzioni per il triennio 2024-2026 mostrano un lieve incremento: le percentuali salgono rispettivamente al 28,9% per i rischi di transizione, al 19,2% per il rischio fisico acuto e al 12,5% per il rischio fisico cronico.
Le strategie di riduzione del rischio fisico si concentrano principalmente su contratti di assicurazione contro i danni climatici (41,3% nel 2021-2023, previsto 34,8% nel 2024-2026) e su interventi di riorganizzazione operativa (34% nel 2021-2023, previsto 33,4% nel 2024-2026).
Solo un’impresa su cinque sceglie invece di attuare interventi di trasformazione strategica, come la modifica del modello di business, la diversificazione della produzione o la rilocalizzazione delle attività.
Per quanto riguarda la gestione del rischio di transizione, oltre il 90% delle imprese ha adottato investimenti trasformativi volti a modificare i modelli di consumo di energia e risorse. Tra le principali iniziative emergono l’incremento dell’uso di fonti rinnovabili (36%) e la riduzione delle emissioni dirette di CO2 (23,6%).
Incrociando gli investimenti realizzati nel passato e quelli pianificati per il futuro, sono state identificate quattro categorie di strategie climatiche:
I dati suggeriscono che le strategie climatiche sono influenzate dalla percezione del rischio: le imprese con un orientamento "wait-and-see" presentano una percezione più bassa del rischio rispetto a quelle con un orientamento "proactive".
Inoltre, le strategie proactive risultano più diffuse tra le imprese che hanno adottato meccanismi di governance e organizzativi orientati alla sostenibilità, quali la pubblicazione di un bilancio di sostenibilità, la presenza di un responsabile ambientale, l’adozione di politiche di remunerazione legate a obiettivi climatici, l’adesione al Global Compact delle Nazioni Unite e alla Science Based Targets Initiative, e la formazione in tema di sostenibilità.
Le principali motivazioni, che hanno spinto le imprese del campione a effettuare investimenti green, sono riconducibili a driver interni (54,8%), in particolare alla sensibilità dell’impresa (42,9%).
Tra i driver esterni (45,2%), giocano un ruolo preponderante l’aumento dei prezzi dell’energia, la pressione dei clienti e le normative ambientali sempre più stringenti.
D’altro canto, gli ostacoli principali che frenano o rendono difficoltosi gli investimenti green riguardano i costi elevati (35,9%), le limitate disponibilità finanziarie (18,5%), l’incertezza sul futuro e le difficoltà di pianificazione (14,2%), oltre alla mancanza di competenze specifiche (10,2%).
La ricerca ha indagato ulteriori aspetti legati alle strategie climatiche delle imprese, tra cui l’impegno per la riduzione delle emissioni di CO2, i finanziamenti green e la tutela della biodiversità.
In merito alle principali implicazioni della ricerca, Monica Billio e Chiara Mio hanno sottolineato, durante la presentazione dei risultati lo scorso 19 marzo, che
“rafforzando il collegamento dell’Università Ca’ Foscari con il territorio, la ricerca ha importanti ricadute per le imprese del Veneto, suggerendo che sono mediamente preparate a riconoscere i rischi climatici e a valutare gli impatti sulle proprie attività. Tuttavia, risulta che le imprese si trovano ancora nelle fasi iniziali del processo di adattamento e mitigazione ai cambiamenti climatici, privilegiando soluzioni protettive e di ottimizzazione operativa rispetto a cambiamenti strutturali più profondi. Pertanto, emerge la necessità di un supporto adeguato attraverso iniziative di formazione specifiche e strumenti operativi”.
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